Comune di Frascati

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La Città delle Ville

Villa Torlonia

Nel 1563, Annibal Caro prese dall’Abbazia di Grottaferrata un piccolo podere e vi costruì la “caravilla”, dove completò la traduzione dell’Eneide. Dopo alterne vicende proprietarie, nel 1607 la villa fu venduta al cardinale Scipione Borghese che, attraverso l’opera di Giovanni Fontana, Flaminio Ponzio (1560-1613), e Carlo Maderno (1556-1629), provvide alla realizzazione delle fontane e dell’acquedotto necessario ad alimentarle. Nel 1614 il cardinale vendette la villa al duca di Gallese Giovan Angelo Altemps, il cui figlio la rivendette nel 1621 al cardinale Ludovico Ludovisi, nipote del papa Gregorio XV. Con il Ludovisi la villa subì importanti trasformazioni. Tra il 1661 ed il 1680 la villa passò ai Colonna, poi alla famiglia Conti fino al 1820, poi agli Sforza e, in ultimo, nel 1841, ai Torlonia.
I bombardamenti dell’ultima guerra hanno devastato irrimediabilmente l’edificio che è stato sostituito da una costruzione moderna. L’importante parco è diventato di proprietà Comunale nel 1945. La villa, realizzata intorno al 1580, con il cardinale Tolomeo Galli, era caratterizzata da una forma rettangolare con sala centrale contornata da più stanze. Probabilmente l’edificio constava di un piano interrato, di un piano terra e di un primo piano. Con i Borghese l’antica dimora, a pianta quadrangolare, doveva essere articolata in tre piani, con grande terrazzamento antistante, terminante in un alto basamento sagomato con, al centro, la fontana a quattro tazze detta “del candeliere”, opera di Flaminio Ponzio. Con i Ludovisi la villa fu arricchita di due ali posteriori laterali.

Il parco fu caratterizzato dall’intervento di Flaminio Ponzio, Carlo Maderno e Giovanni Fontana (1540-1614), chiamati dal cardinale Scipione Borghese. Essi realizzarono all’inizio del 1600 la cascata d’acqua a monte della villa. Da una grande peschiera, infatti, collocata nella parte più alta, sgorga l’acqua che scende in vasche digradanti, incorniciate da scalee, terminando così in una più grande fontana. I Ludovisi incaricarono il Ponzio di completare la grandiosa fontana con il cosiddetto “Teatro delle acque”, caratterizzato da una lunga parete con nicchie e pilastri decorati con statue e vasi. Probabilmente durante il periodo in cui la villa appartenne ai Conti, fu realizzata la scalea a quattro rampe incrociate. Nell’Ottocento il giardino all’italiana venne sostituito da file di alberi che ancora oggi creano una fitta rete di sentieri. Nel salone principale del piano nobile era rappresentato un “Trionfo di Bacco” ed in un ambiente adiacente la “Forza che corona la Mansuetudine” di Maffeo Mieli (1732) .

Villa Lancellotti  

La genesi di Villa Lancellotti è diversa da quella delle altre ville, in quanto, nel 1578, Filippo Neri, il futuro santo, decise di prendere in affitto una casa a Frascati nella quale convogliare tutti i confratelli malati. Gli Oratoriani, nel 1582, ebbero in dotazione da Silvio Antoniano una piccola vigna nella località “La Sepoltura “, ed una somma di denaro, con la condizione, però, di procedere alla costruzione di un edificio. Nel 1587 la villa fu realizzata sotto la supervisione di Antonio Sala ed il relativo ampliamento continuò fino alla morte di San Filippo Neri, nel 1595. Dopo diversi passaggi di proprietà, nel 1840, il barone Testa Piccolomini cedette la villa al figlio Teodoro che, nel 1866 la vendette a Elisabetta Borghese Aldobrandini, moglie del principe Filippo Massimo Lancellotti. La villa attualmente appartiene alla famiglia Massimo Lancellotti. Originariamente l’edificio, dalla forma allungata, articolata su tre piani, doveva avere dimensioni modeste e, col tempo, da casa di riposo degli Oratoriani divenne un nucleo consistente, determinato dall’acquisto di ulteriori terreni limitrofi, tanto che nel 1591 fu definita magna domus. L’ampliamento simmetrico delle ali rispettò il nucleo originario dell’edificio, e, tra il 1617 ed il 1619, fu realizzato il ninfeo analogo al teatro delle acque del giardino segreto di villa Mondragone. Nel 1764 furono realizzate notevoli opere di ristrutturazione della facciata, nonché una scala a due rampe sul lato destro dell’androne. Con i Borghese Aldobrandini Massimo Lancellotti furono effettuati consistenti restauri. I bombardamenti della seconda guerra mondiale hanno determinato profonde ferite alla struttura che è stata di recente restaurata. La cornice verde era caratterizzata da un vigneto e solo con la trasformazione della funzione della villa si progettò il giardino all’italiana.

Nel salone del pianterreno, la volta è decorata da affreschi del 1873 di A. Angelini e D. Forti (1812–1884) con rappresentazioni di personaggi vari della famiglia Massimo Lancellotti. Alcuni ambienti conservano nella volta affreschi realizzati da Cherubino Alberti (1553–1615) per M. Visconti, con temi quali “Elia rapito in cielo sul carro di fuoco“ e “Abacuc trasportato in volo da un angelo “. Il salone del primo piano è caratterizzato da affreschi, del XIX secolo di A. Angelini D. Forti e D. Fattori, con paesaggi inquadrati da finti loggiati con colonne tortili. Nella seconda stanza dell’ala Nord–Est è rappresentata una fascia con vedute delle proprietà dei Lancellotti. Nella volta del “Camerino settecentesco”, adiacente alla facciata Sud – Ovest della villa è rappresentata “Diana con Endimione dormiente” tra quattro piccoli paesaggi.

Villa Aldobrandini

Villa Belvedere, poi Aldobrandini, è quella che, tra le ville Tuscolane, si mostra in tutta la sua imponenza e bellezza per la posizione elevata e privilegiata rispetto alle altre. Essa è praticamente assurta a simbolo di tutte le antiche dimore che costellano il territorio tuscolano.
Dopo diversi passaggi di proprietà, la struttura passò alla Camera Apostolica ed il Papa Clemente VIII offrì la villa al nipote, il Cardinale Pietro Aldobrandini, per aver nuovamente riportato Ferrara sotto l’egida della Chiesa. L’edificio originario fu trasformato in una villa di rappresentanza. Dopo la morte del cardinale, nel 1621, la dimora passò alla nipote Olimpia Aldobrandini e, poi, nel 1683, fu ceduta al principe Giovanni Battista Pamphili. Con l’estinzione della famiglia Pamphili, nel 1760, la villa passò ai Borghese. Nel 1837 andò nuovamente nelle mani degli Aldobrandini, che ne sono ancora proprietari.
L’edificio originario, fatto costruire da Pier Antonio Contugi da Volterra, doveva corrispondere alla classica tipologia della villa rustica, caratterizzata da due piani. Solo nel 1598 Pietro Aldobrandini diede inizio a fondamentali trasformazioni affidandone l’incarico all’architetto Giacomo della Porta (1485-1555). L’edificio originario fu demolito anche se la nuova struttura ne ricalcò lo schema planimetrico. La villa, impostata su diversi livelli, si caratterizza attraverso quattro piani elaborati, composti da diverse sale di rappresentanza ed altri ambienti di servizio. Dopo la morte di Clemente VIII, nonostante il ridimensionamento del potere della famiglia Aldobrandini, si proseguirono, sotto la direzione di Carlo Maderno (1556-1629) e Giovanni Fontana (1540-1614), i lavori per la realizzazione del teatro d’acqua, dei terrazzamenti e dei complessi sistemi idraulici per i quali collaborò Orazio Olivieri da Tivoli. Con i Pamphili fu realizzata l’alta siepe all’italiana che delimita la villa.
L’edificio, visibile anche a notevole distanza, si staglia al di sotto del Tuscolo su uno splendido fondale caratterizzato da lecci, pini e splendidi platani secolari. Durante la seconda guerra mondiale la villa fu danneggiata dai bombardamenti e Clemente Aldobrandini si adoperò, attraverso l’architetto romano Clemente Busiri Vici, ad un’imponente opera di restauro.
Di recente, è stata restaurata la famosa Sala del Parnaso. Il salone centrale del piano nobile è caratterizzato da pareti decorate con “sughi d’erbe“ di Annesio De Barba da Massa Carrara, fatte realizzare dai Pamphili e raffiguranti “l’Officina di Vulcano” ed il “Monte Parnaso”. Nella volta è rappresentato il “Trionfo della casa Pamphili“. Le stanze nell’ala destra del palazzo sono decorate da affreschi, ispirati alle storie bibliche , eseguiti dal Cavalier d’Arpino (1568 – 1640). Di grande interesse è, inoltre, la stanza dei “Corami”, cioè di riquadri di cuoio, lavorato e dipinto, applicati sulle pareti. Contribuiscono alla spettacolarità dell’insieme lo splendido Teatro d’acqua, il più antico tra i vari ninfei che caratterizzano le Ville Tuscolane. Esso fu realizzato, probabilmente su progetto di Giacomo della Porta, da Giovanni Fontana e da Carlo Maderno. Pietro Aldobrandini, per l’occasione, fece captare ed imbrigliare in un apposito acquedotto l’acqua dell’Algido. A destra del Ninfeo si conserva la bellissima stanza del Parnaso, caratterizzata da affreschi del Domenichino e del Passignano e da un organo ad acqua costituito dal famoso monte su cui è impostato Apollo con le Muse e Pegaso. Esso fu realizzato da Giovanni Guglielmi e dai francesi Giovanni Anguilla e Jacques Sarrazin.

Villa Falconieri 

La prima delle Ville Tuscolane ad essere realizzata fu la Rufina, così chiamata dal nome del committente, identificato nel Vescovo di Melfi, Alessandro Rufini. Essa fu realizzata tra il 1540 ed il 1550. Dopo diverse vicende, nel 1628 ne divenne proprietario Orazio Falconieri e con suo figlio, Paolo Francesco Falconieri, l’edificio subì un totale rifacimento. Nel 1865, con l’estinzione della famiglia Falconieri, la villa passò per successione al conte Luigi Falconieri Carpegna. Nel 1883 fu venduta al principe Aldobrandini Lancellotti, che la cedette ai Trappisti delle Tre Fontane. Nel 1905 il barone prussiano Mendelsson Bartholdy acquistò la villa deputandola ad uno dei luoghi d’incontro degli intellettuali tedeschi di Roma. Il barone decise, in seguito, di donarla all’imperatore prussiano Guglielmo II. Nel 1918, dopo l’esito della prima guerra mondiale, nel 1918 il Governo italiano confiscò la villa, che, dopo un restauro effettuato tra il 1945 ed il 1959, fu assegnata al CEDE, Centro Europeo dell’Educazione, che ne è ancora titolare. L’edificio fu impiantato sui resti di una villa romana. La sua struttura originaria doveva corrispondere a quella di una villa rustica dalla pianta rettangolare, contenuta all’interno di una cinta muraria con quattro torri angolari.
Secondo alcuni studiosi la progettazione della villa potrebbe ascriversi a Nanni di Baccio Bigio, o, comunque, alla cerchia di collaboratori di Antonio da Sangallo il Giovane.
Attualmente la struttura si presenta così come fu trasformata per volere di Paolo Francesco Falconieri, che, probabilmente, affidò l’incarico al Borromini. Il vecchio edificio fu inglobato nel nuovo, caratterizzato da due ali laterali che ne sottolineano l’imponenza. Tra il 1710 ed il 1735 , la dimora fu oggetto di restauri di modesta entità operati da Ferdinando Fuga. Nel 1943 e nel 1944, in seguito ai bombardamenti, la villa fu gravemente danneggiata e parzialmente distrutta. Imponenti lavori di restauro l’hanno restituita allo splendore borrominiano. La realizzazione della Peschiera della Galera, della Fontana delle Colonne, del Peschierone e della Fontana della Stella contribuì a rendere ancor più suggestiva la cornice vegetale creata intorno all’antica dimora. Le più antiche decorazioni, riferite cioè al periodo del committente della villa, Alessandro Rufini, si conservano parzialmente nella Stanza della Ringhiera e dovevano presumibilmente far parte di un progetto unitario, probabilmente realizzato da Perin del Vaga (1501-1547) e dalla sua cerchia di collaboratori. Le decorazioni dell’ala destra sono andate perdute a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale. Nella volta del grande salone d’ingresso è rappresentato l’Omaggio a Venere di Niccolò Berrettoni (1637-1682), mentre sulle lunette sono raffigurati personaggi della famiglia Falconieri. Nell’ala sinistra si conservano affreschi realizzati tra il 1672 ed il 1680. Ciro Ferri (1634-1689) dipinse nella volta della prima sala l’Allegoria dell’inverno rappresentata dal “Ratto di Proserpina”. Sulle pareti Pier Leone Ghezzi (1674-1755) dipinse finte prospettive nelle quali compaiono personaggi della nobiltà settecentesca intenti nella cura degli “otia”, e l’autoritratto. Nella seconda sala delle stagioni è rappresentata l’Allegoria dell’autunno con scena di vendemmia di Ciro Ferri, mentre la terza sala presenta l’Allegoria dell’estate, l’Omaggio a Cerere, di Giacinto Calandrucci. Nell’ultima stanza, caratterizzata al centro da una fontana circolare, sulla volta è rappresentata l’Allegoria della Primavera, il Trionfo di Flora, sempre di Ciro Ferri e sulle pareti uno splendido giardino con fontane, alberi, uccelli, piante e fiori, di Giovan Francesco Grimaldi (1545-1630).

Villa Tuscolana

Villa Rufinella, ubicata più in alto delle altre, fu edificata su un terreno dell’Abbazia di Grottaferrata che lo cedette in enfiteusi ad Ascanio Rufini nel 1564. Probabilmente fu fatta edificare dal vescovo di Melfi Alessandro Rufini, già proprietario della Rufina e che, per distinguerla da questa, chiamò la nuova villa “La Rufinella“. Dopo diversi passaggi di proprietà, nel 1740 fu acquistata dai Padri Gesuiti che la fecero trasformare dall’architetto Luigi Vanvitelli (1700-1773) in villa-convento. Nel 1773, con la soppressione della Compagnia di Gesù, la villa tornò nuovamente di proprietà della Camera Apostolica. Nel 1804 fu venduta a Luciano Bonaparte, principe di Canino, il quale fece apportare alcune modifiche. Nel 1820 la villa fu venduta a Maria Anna di Savoia, duchessa di Chiablese. Per successione l’antica dimora passò a Maria Cristina, moglie del re Carlo Felice di Sardegna. Tra il 1838 ed il 1839, la villa passò al Re Vittorio Emanuele II e, successivamente, fu venduta ad Elisabetta Aldobrandini Lancellotti. L’edificio restò alla famiglia Lancellotti fino al 1966, anno in cui fu acquistata dai Padri Salesiani. Attualmente è adibita ad albergo ristorante.
La struttura originaria doveva essere caratterizzata da una pianta rettangolare, affiancata a breve distanza da un altro edificio, probabilmente di servizio. L’aspetto attuale della villa fu determinato dalla trasformazione voluta dai Padri Gesuiti e realizzata dall’architetto Vanvitelli. L’edificio antico costituisce l’ala posteriore a cui fu aggiunto un corpo perpendicolare di quattro livelli che ne ha determinato la caratteristica pianta a forma di T. Durante le opere di trasformazione, si rinvennero resti di una villa romana identificata da alcuni con il famoso Tullianum, la villa di Cicerone. Alcuni splendidi mosaici antichi, ivi rinvenuti, confluirono nel Museo Nazionale Romano, ora a Palazzo Massimo.
L’edificio fu gravemente danneggiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale e tuttavia l’aspetto attuale corrisponde ancora a quello della villa-convento voluta dai Gesuiti.
La villa è impostata su un pianoro ed è delimitata da un giardino all’italiana. Il complesso era circondato da boschi di elci, pini e cipressi. Quando, nel 1740, la villa fu trasformata, anche la cornice vegetale subì delle modifiche attraverso la realizzazione di un ninfeo e di una fontana a conchiglia. Luciano Bonaparte, che in quegli anni fece condurre scavi presso il vicino sito dell’antica città di Tusculum, asportandone numerose statue che poi furono vendute a numerosi musei stranieri, arricchì la villa di viali e giardini. L’unica opera pittorica superstite è l’affresco con la rappresentazione della SS. Trinità, compresa tra gli stucchi della piccola cupola della cappella.

Villa Sora

L’edificio originario fu probabilmente costruito dalla famiglia Moroni che nel 1600 la cedette a Giacomo Boncompagni, figlio naturale di Gregorio XIII, che, tra le varie cariche conferitegli, rivestì quella di marchese di Sora, duca d’Aquino e Arpino. Con il Boncompagni si dette particolare impulso alla realizzazione delle decorazioni. Nel 1896, il duca Rodolfo Boncompagni cedette la proprietà a Tommaso Saulini che la vendette ai Salesiani, attuali proprietari. Il primo nucleo della villa, realizzato nella seconda metà del XVI secolo, era caratterizzato da un palazzo a tre piani di modeste dimensioni, con cortile centrale e con torretta – belvedere.  Tra il 1913 ed il 1946, l’edificio originario con il giardino furono parzialmente soffocati dalla realizzazione di strutture incoerenti rispetto all’impianto seicentesco. Nel 1944 i bombardamenti devastarono parte della villa di cui oggi rimangono pochi ambienti. Di grande interesse sono gli affreschi del salone centrale, chiamato impropriamente “Sala degli Zuccari”. Il tema è “ Apollo circondato dalle nove muse” e l’attribuzione è da riferirsi alla cerchia di Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d’Arpino (1568-1640). Le muse, nella parte inferiore, sono rappresentate all’interno di nicchie, sedute in quella superiore. Rappresentazioni di paesaggi si alternano alle figure femminili ed è inoltre presente lo stemma dei Boncompagni – Sforza con il drago–leone che regge il ramo di cotogno. La piccola cappella dedicata a San Carlo Borromeo è caratterizzata da affreschi di Giacinto Calandrucci (1646 – 1707 ), che rappresentano due sante entro nicchie mentre sulla parete di fondo è rappresentata l’Annunciazione all’interno di un tondo sorretto da putti. L’Assunzione della Vergine, forse anch’essa opera del Calandrucci, è dipinta nella tela d’Altare, mentre nella volta è raffigurata la “SS. Trinità”.

Villa Belpoggio

La villa fu fatta costruire intorno al 1570 da monsignor Ottaviano Vestri. I bombardamenti della seconda guerra mondiale distrussero completamente la villa che, unicamente nell’impianto del giardino, attualmente di proprietà comunale, conserva ancora qualche traccia di ciò che un tempo doveva caratterizzarsi come complessa e splendida cornice verde di un’antica dimora. L’edificio originario doveva avere una forma a parallelepipedo con contrafforti ai due angoli. Il Duca di Ceri, tra il 1607 ed il 1609, fece aggiungere due avancorpi con cortile. Attualmente rimane solo il basamento dell’impianto settecentesco della villa con un nicchione. Rimangono inoltre il parco di alberi secolari ed il portale d’ingresso semicircolare di Nicola Salvi (1697-1752). L’arredo interno della villa è desumibile dalle descrizioni fatte nelle varie epoche. Da esse, infatti, si evince che la dimora era ricca di dipinti di carattere mitologico come le Metamorfosi di Ovidio poste nella Galleria o di carattere allegorico come le Stagioni. Vi era inoltre esposto il Martirio di San Placido del Padovanino (1588-1648).  

(a cura di Giovanna Cappelli, Direttore Museo Tuscolano - Scuderie Aldobrandini per l'Arte)

 

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